Il meglio di Spagna-Italia: cosa ricorderemo

by · June 28, 2013

Il romanzo del calcio archivia anche Spagna-Italia 7-6: lo fa in virtù della spietata girandola che comporta la lotteria dei calci di rigore, dove tecnica e tattica lasciano il posto a nervi d’acciaio e un pizzico di follia. La storia è scritta sempre dai vincitori e non concede ricordo ai secondi, terzi o quarti, che risultano purtroppo solo i primi degli ultimi, in ordine di grandezza. Eppure non sono pochi i frangenti e gli spunti d’interesse che ricorderemo circa una semifinale giocata con rara sagacia tattica e attenzione dalla due squadre, fronteggiatesi senza timori reverenziali ma con il sommo rispetto che impone attenzione centimetro su centimetro. Una semifinale che era partita contrapponendo due scuole calcistiche tradizionali di pensiero: quella dell’ossessivo e a tratti lezioso tiki taka dei maestri spagnoli, da una parte, e quella della minuziosa marcatura di uomini e spazi con pignoleria geometrica da parte degli azzurri, schierati per l’occasione da Prandelli ricorrendo al già efficacissimo assetto che proprio un anno fa imbrigliò i campioni spagnoli nel Girone di qualificazione finale agli Europei 2012. Sette giocatori su undici scesi in campo militano nella Juventus di Conte: la retroguardia a tre composta da Barzagli, Bonucci e Chiellini gioca a memoria e concede una sola occasione in tutto il primo tempo, frutto solo di una gran giocata individuale del ninho Torres, tornato in questa Confederations Cup 2013 esplosivo e a tratti inarrestabile come ai fasti di un tempo.

Davanti al trio difensivo, compaiono 5 centrocampisti, di cui tre bianconeri, Pirlo, Marchisio e Giaccherini, più una sorta di trequartista che parte da destra, Candreva (nella foto sotto), corridore da pressing alto incaricato di infastidire le trame iberiche di Xavi e e compagni fin dalla retroguardia. Di fatto sei uomini a interdire in mediana, alla spalle dell’unica punta abbandonata a se stessa tra le grinfie dei difensori spagnoli, Gilardino, contro una spagna che ripropone il suo assetto fedele al blocco tattico del grande Barcellona, tra le cui fila militano ben sei degli undici giocatori scesi in campo contro l’Italia, secondo lo stesso 4-3-3 votato al possesso palla adottato da Guardiola, dove gli esterni offensivi retrocedono di fatto costantemente, originando un traffico di maglie più degno di una galleria scacchistica che di una normale partita di calcio. Ricorderemo però solo per i primi minuti iniziali la spavalderia con cui gli spagnoli avevano cominciato il match, cui l’Italia prende subito le misure contrapponendo una precisione della marcatura a zona e alcune occasioni che la vedono senza dubbio più meritevole nel primo tempo, come probabilmente anche nel secondo, quando la Spagna addirittura arretra il baricentro e cala rispetto al possesso palla, memore delle pericolose folate di Maggio del primo tempo, che non porta in vantaggio l’Italia solo per i grandi riflessi di Casillas (di cui Mourinho al Real Madrid era convinto di potere fare a meno).

Candreva

Del secondo tempo ricorderemo sicuramente l’incertezza e, a tratti, l’inconsueta imprecisione mista a qualche scatto di nervosismo dei giocatori spagnoli, sorpresi dalla gagliardia azzurra per tutto l’arco dei novanta regolamentari, come anche dalle occasioni da gol capaci di togliere sicurezza a Jordi Alba e compagni. Ricorderemo per la storia forse l’unico sorriso concesso in 5 anni di riprese televisive dal “saggio” Vicente Del Bosque, tecnico divertito forse dai metodi poco ortodossi con cui De Rossi e Chiellini si arrangiano in area, al limite del regolamento, su Ramos e Torres. Ma soprattutto ricorderemo la generosità di Maggio e Candreva, nonché l’autoritaria prova nel cuore della difesa di De Rossi, arretrato da Prandelli nel ruolo leggendario di libero per l’infortunio di Barzagli, che il jolly romano interpreta ancora una volta senza fare rimpiangere grandi colossi difensivi del calcio azzurro del passato, come già aveva fatto proprio contro la Spagna lo scorso anno nel girone di qualificazione alla fase finale degli Europei. Ricorderemo l’ingresso di Sebastian Giovinco per un Alberto Gilardino che, dopo una gara di ‘sportellate’ tra i centrali difensivi spagnoli Pique e Ramos, è uscito acciaccato e senza più un briciolo di fiato, non reggendosi più neanche in piedi dopo l’ennesima botta rimediata in uno scontro in area.

Ricorderemo i supplementari, teatro di atleti esausti come pugili che si sostengono vicendevolmente a fine combattimento, stremati dalla fatica e boccheggianti, dove la Spagna è tornata a spadroneggiare quanto a sicuro possesso palla. Ma è a questo periodo di gioco che la nostra memoria farà riferimento per immortalare il clamoroso palo di Giaccherini, rivelazione per quantità e abnegazione di questa Confederations Cup 2013, dove il tornante bianconero si è distinto per affidabilità e senso tattico nonostante non abbia lo spunto del funambolico fantasista o la giocata di classe di Pirlo o Iniesta. Ricorderemo la risposta per le rime dei pali, firmata da Xavi nel secondo supplementare, quando Buffon non è parso all’altezza della sua fama opponendo una mano poco convinta per respingere la botta del metronomo iberico.

Così ricorderemo la lotteria dei rigori, ben 14 di cui 13 da manuale del calcio: l’irriverente cucchiaio di un grande Candreva, lo 0 alla voce ‘rigori parati da Buffon’ ed uno solo errore, ahinoi, del nostro centrale difensivo Bonucci, autore di un’ottima gara. Il suo sbaglio non vanificherà il ricordo del capolavoro tattico di Prandelli, unico allenatore a contrastare tre volte in un anno, di cui due sfiorando anche la vittoria, la leggendaria Spagna dei conquistadores che da cinque anni domina incontrastata il panorama del calcio internazionale, avendo inanellato ben 29 partite ufficiali senza sconfitte. Il nostro Cesare torna in una notte “Mago di Orz” (nella foto sotto), anche per tutti gli ingrati detrattori pronti ad accusarlo per colpe non sue, dato l’indiscutibile calo tecnico e a tratti fisico espresso dal campionato italiano rispetto a quello spagnolo negli ultimi anni, complice una cultura calcistica che ha perso di vista, come in altri settori della società italiana, l’attenzione all’educazione e alla formazione al calcio.

cesare prandelli italia

Ai nostri ragazzi s’insegnavano una volta molto più frequentemente i celebri “fondamentali” della marcatura, del dribbling, dello stop preciso, della conclusione a rete, e soprattutto del controllo del pallone. Oggi il desiderio di emergere nel breve periodo, di vincere qualcosina subito, a tutti i costi, avvelena molte delle nostre scuole e dei nostri settori giovanili. Si torni a “insegnare calcio”, a praticare l’allenamento palla al piede, a illustrare i segreti della tattica e dell’intelligenza collettiva: si smetta, in altri termini, di pressare i ragazzini in base all’urgenza del risultato immediato. In Spagna si predica anche forse eccessivamente il possesso palla, vero, ma si insegna il calcio e il divertimento di manovrare il pallone: in Italia sono rimaste poche rare eccezioni ed il risultato è che di Pirlo ce n’è uno, ad oggi insostituibile, ma che sarà di noi quando il nostr maestro di regia appenderà le scarpe al chiodo? Verratti, Marrone ed altri virgulti emergeranno forse grazie ad una crisi che costringe a tornare a scommettere sui giovani, almeno questa è speranza concreta, ma non basta. Il nostro movimento si ravveda e torni a “insegnare la passione” perché, come diceva Arrigo Sacchi, “a pallone giocano tutti, a calcio sanno giocare in pochi”.

Ci ricorderemo di ringraziare però Prandelli e i nostri ragazzi: sono usciti dal campo senza un filo di voce e senza più un afflato di birra in corpo, hanno dato tutto e forse avrebbero anche meritato di vincere. Hanno avuto la pecca di non segnare, unica cosa che inclina la bilancia di vincitori e vinti del calcio, ma hanno avuto il merito di restituirci l’orgoglio di riconoscerci in un gruppo nazionale che non ha intenzione di dichiarare la resa senza onorare il Paese. Usciamo senza rimpianti, usciamo da Italia, consapevoli di esserci misurarati alla pari al cospetto dei campioni e pronti a rifarlo senza timori, ancora una volta, ai prossimi mondiali 2014. Coraggio, azzurri.

Mario Agostino

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