Palla al gentiluomo: nel segno di Ulisse

by · June 28, 2014

 

«Sono sempre i più meglio, che se ne vanno», commenta Ferribotte al funerale di Cosimo, nel film I Soliti Ignoti. E noi, distratti dall’addio dell’Italia al Mondiale, abbiamo prestato scarsa attenzione ad altri personaggi interessanti che se ne sono andati, lasciando come noi il Brasile. Cerchiamo di rimediare. Cominciamo salutando l’Honduras, poco calcio e tanti calci, e in rosa un incredibile Boniek Garcia, chiamato così in onore del celebre Zibì. Un solo gol segnato dall’Honduras, un solo gol segnato anche dall’Iran, per cui, da studioso dell’antica Persia, facevo segretamente e timidamente il tifo.

La resistenza eroica abbattuta da una magia di Messi contro l’Argentina non ha fatto spazio all’agognata vittoria contro la Bosnia, anche se è arrivato il primo e unico gol, ovviamente del bomber Reza Ghoochannejhad, detto Gucci. Personaggio interessantissimo, fuggito in Olanda con la famiglia all’età di 8 anni, violinista, studente di diritto, una carriera nel calcio che stava per sacrificare agli studi, ma poi è decollata con la benedizione dell’ex nazionale olandese Overmars. Gioca nella B inglese, con il Charlton, e chissà, magari lo rivedremo tra quattro anni con un Iran più forte.

Un altro personaggio interessante che va salutato, e che difficilmente rivedremo in futuro vista l’età, è sicuramente Tim Cahill (foto sotto)), nazionale australiano, ex Everton. In teoria un centrocampista, ma date le lacune tecniche della sua nazionale e il suo fiuto del gol spesso utilizzato come centravanti. Lui, del resto, segna con regolarità, come se fosse davvero un centravanti. L’ultimo gol, uno spettacolare tiro al volo, ha fatto subito pensare a Van Basten, ed è stato segnato contro l’Olanda. Cahill è nella storia del calcio australiano, con 5 gol mondiali (in tutta la sua storia iridata la Nazionale dei Socceroos ne ha fatti 11).

Australia v Oman - FIFA World Cup Asian Qualifier

 

La carrellata la chiudo con la storia di Serey Die, uscito anche lui al primo turno con la Costa D’Avorio. Al momento degli inni, prima della partita con la Colombia, piange a dirotto. Si diffonde presto una storia strappalacrime: due ore prima il giocatore aveva saputo della morte del padre, ed aveva deciso di scendere in campo ugualmente, per la sua nazione. Suo padre in realtà è morto nel 2004. Il pianto, l’ha precisato lui stesso, era dovuto solo all’emozione e alla fierezza di essere ivoriano. Meglio così. E pazienza se in partita ha commesso un errore decisivo. Uno dei più indimenticabili attimi di bellezza di questo Mondiale è legato a lui.

Nel segno di Ulisse

Tra le presenze sorprendenti agli ottavi di finale, qualcosa va necessariamente detta sulla Grecia. Perché mentre tante big europee, dalla Spagna al Portogallo, dall’Inghilterra all’Italia, tornano ingloriosamente a casa, gli Ellenici vanno avanti, pur senza avere segnato nemmeno un gol fino a metà dell’ultima partita. È una Grecia che non sembra ispirata dalla rabbia e dall’aggressività di Achille, ma piuttosto dalla sagacia e dall’astuzia di Ulisse, primo grande mago della tattica nella storia dell’umanità. È stato lui a dimostrare che è inutile schierare tutte le punte per attaccare le porte della città. Meglio starsene rintanati, magari dentro un cavallo di legno, e aspettare il momento giusto per lanciare il contropiede fulminante. L’avversario, a quel punto, sarà talmente stordito che si segnerà da solo l’autogol decisivo. A che servono il tiki-taka, le rotazioni dei centrocampisti, le ali e le mezzali e le mezze punte, se è sufficiente difendersi e segnare un gol su calcio d’angolo? E così, anno dopo anno, i Greci si presentano alle grandi competizioni calcistiche nel segno di Ulisse. Entrano nella spelonca dei giganti del calcio mondiale, e nessuno li considera, anche perché loro dicono di chiamarsi “nessuno”. O meglio, dicono di chiamarsi Samaris, Maniatis, Salpingidis. Che è come dire “nessuno”, nel calcio che conta. E invece è solo un trucco. Perché loro sono lì, pronti a saltar fuori all’improvviso, per l’ennesima beffa. E chi l’ha detto che il kalos kai agathos vince sempre? I simpatici costaricani sono avvisati.

Il mio CT

Croazia – Messico è stata per me una delle partite più divertenti del Mondiale. Le due squadre si giocavano la qualificazione una contro l’altra, affrontandosi a viso aperto. Nel finale il Messico ha sbloccato il risultato, dilagando in contropiede, mentre la Croazia cercava con tutte le sue forze il pari. Quasi in ogni azione si rischiava il gol, negli ultimi venti minuti. Ma io, in quella fase, più che sul campo, cominciavo a concentrarmi sul bordo campo, dove stava un personaggio strepitoso, che urlava, protestava, festeggiava con tutto sé stesso, abbracciando i giocatori e rotolando a terra con loro, eccitando i tifosi, incapace di contenersi.

Group A - Mexico vs Cameroon

In maniera del tutto naturale, senza alcun ritegno, senza alcun finto fair play. Prima ancora di sapere chi fosse di preciso, mi ero già perdutamente innamorato di lui. Si tratta di Miguel Ernesto Herrera Aguirre (foto sopra), ex calciatore ed attuale CT del Messico. Quando giocava non era un talento; era uno di quei mastini della difesa che quando c’è da discutere o menarsi sono sempre in prima linea. Adesso lo chiamano il Piojo, il pidocchio, ed è difficile capire perché, data la stazza. Alla nazionale del Tricolor Herrera è arrivato soltanto lo scorso ottobre, alla fine della travagliatissima fase di qualificazione messicana, per lo spareggio contro la Nuova Zelanda. Vinto quello, e non era difficile, gli è stato confermato l’incarico per la sfida mondiale. Se fossi olandese sarei un po’ preoccupato, per la prossima sfida. Perché non ho mai giocato a calcio, ma ho la sensazione che per un CT come Herrera sarei pronto a tutto. A correre fino a non sentire più le gambe. A difendere il fortino della mia area con ogni forza. Pronto alla morte, come cantano anche i nostri ragazzi, senza troppa convinzione, nell’inno. Sarebbe fantastico avere un personaggio del genere a scuotere il sonnacchioso ambiente italiano. Uno shock salutare, per ridarci un’anima in grado di sognare in grande. Perché Herrera incarna nella maniera più genuina il tifoso passionale e insaziabile che è dentro tutti noi. E perché vive il calcio nell’unica maniera in cui vale la pena viverlo: con il cuore.

Buon Mondiale a tutti!

Francesco Toscano

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