Se il pallone è macchiato di sangue e lacrime

by · June 27, 2014

 

Sangue e lacrime non possono avere a che fare con la gioia di un pallone che rotola, ma è successo ancora. Non per lo stridore che i recenti drammi comportano rispetto al sognare un gol, che ne parliamo. Ne parliamo perché abbiamo il dovere di farlo, nel nostro modesto ruolo di narratori del più bel gioco al mondo. Abbiamo il dovere di raccontarvi cosa accade attorno alle arene di emozioni che cerchiamo di dettagliare per voi: abbiamo la responsabilità di capire chi o cosa ha macchiato il pallone di sangue e lacrime o, per lo meno, di darvene conto perché il dolore di chi ne soffre non scivoli nelle cronache come lacrime nella pioggia.

Ciro Esposito è morto, chiudendo con il doloroso silenzio di cari, amici e appassionati sportivi tutti una tristissima vicenda che ha lacerato animi ed insozzato i valori dello sport. I processi in corso chiariranno la dinamica dell’agguato occorso e i motivi che hanno comportato il dramma ma, per quanto questo possa rendere ragione di giustizia, restano intanto del sangue e delle lacrime che con il pallone non possono avere nulla a che fare. Mentre Ciro si apprestava a spirare (nella foto sotto, il ferimento) la sorte sceglieva proprio le ore a cavallo di Uruguay-Italia quale cornice contestuale per i media italiani; nello stesso momento, si apriva una voragine nel cuore della favela Mae Luiza a Natal, poco distante dallo stadio Arenas das dunas della gara degli azzurri. Altre lacrime, altro terrore, nel turbinio dello spettacolo mondiale.

CiroEsposito

Non ne abbiamo parlato alla vigilia di Uruguay-Italia perché anche il nostro umile contributo sarebbe scivolato come le suddette lacrime nella pioggia di articoli che hanno come da copione affollato giornali e portali web in occasione di una gara così importante: non avremmo avuto l’attenzione che reputiamo sia necessario focalizzare su questioni umane fondamentali. Preferiamo parlarne ora, a mente più fredda e a riflettori meno fossilizzati su altre gare: più che soffermarci su ciò che è stato, rovistando tra dettagli che nulla aggiungerebbero alla constatazione delle ultime tragedie, ci permettiamo di aprire una parentesi su un abisso da colmare insieme, ove ognuno è chiamato a fare la sua parte.

E’ chiamata a fare la propria parte ogni società sportiva che si è macchiata per non avere rispettato regole, istituzioni e arbitri, che non ha esatto comportamenti esemplari dai propri beniamini strapagati, sui quali si riversa l’attenzione di tanti giovani in formazione e la passione di tanti, meno baciati dalla fortuna di sapere prendere semplicemente a calci il pallone come loro; ogni società sportiva che si è macchiata per avere stretto accordi bassi con frange violente ultras per paura o quieto vivere, o che non si è interessata della sicurezza e della buona condotta, per quanto nelle proprie possibilità, all’interno degli impianti di gioco.

Sono chiamate a fare la loro parte le istituzioni: la politica locale e nazionale è specchio di una società e non può essere additata a mo’ di parafulmine per le inadeguatezze in generale, perché ciò sarebbe vigliacco e irresponsabile. E’ vero però che buona parte della politica e delle forze dell’ordine sanno: sanno chi sono i facinorosi, sanno cosa è meglio evitare e dove è meglio agire, eppure talvolta in nome di una popolarità di breve periodo non prendono in esame reali possibilità per affrontare i problemi d’ordine pubblico e la gestione di eventi di massa. Le leggi esistono: più che inventarne di nuove, si applichino davvero e, se proprio non bastano, sia abbia il coraggio di fermare il pallone stesso, se calpesta sangue e lacrime macchiandosi di dolore e perdendo la gioia che ne è essenza. Non si dimentichi una premessa: non c’è pallone che tenga ove mancano il pane e la casa, ove è leso il diritto alla sicurezza e costruire le basi per un futuro dignitoso. In altre parole: inutile costruire meravigliosi stadi e sconfinati aereoporti se ad utilizzarli sarà una nicchia della popolazione, a rischio di essere inghiottita dalla fame quotidiana o dallo squarcio apertosi nel cuore di una favela. Chi ha orecchie da intendere, intenda… e non si fermi a guardare i limiti di un solo paese piuttosto che di un altro: Brasile docet.

natalvoragine

Sono chiamati a fare la propria parte i media, nel novero dei quali abbiamo il dovere di chiamarci in causa in primis: esiste una via che concili le esigenze della cronaca e dello spettacolo con la tecnica e la deontologia; esiste una via possibile per emozionare e rendere accattivante ogni articolo e illustrare lo show di una gara, senza puntare sulla propagazione della polemica, sulla morbosa catalizzazione sul gossip o sulla ricerca dello scoop commerciale, talvolta scandalistico, che può ledere la dignità degli interessati secondo un indegno sciacallaggio. Esiste il modo di riempire pagine di giornali o portali raccontando la bellezza della giocata, l’astuzia della tattica, l’alchimia della perfezione tra i reparti, la lettura di una partita decisa da un contropiede manovrato piuttosto che da una difesa alta a zona, le parole più belle che creano uno spirito di squadra. I media sono chiamati a fare la loro parte prima degli altri, perché è loro responsabilità farsi da tramite tra l’evento e l’opinione pubblica, costituendo canale di riferimento per l’agenda dei temi di discussione che da bar e circoli arriva al Parlamento. Ci permettiamo di sognare noi per primi, insieme ai nostri colleghi: non può emozionare chi non si emoziona, non può affascinare chi non crede nel fascino di un’idea. Crediamo che si possa raccontare calcio, non chiacchiericcio: se vogliamo, è possibile cercare, trovare e raccontare “la grande bellezza del calcio”.

Sono chiamati a fare la propria parte tutti i tifosi, ai quali vogliamo offrire la nostra idea di calcio, da innamorati cronici del pallone: abbiamo un’idea di calcio dove esiste l’esortazione della squadra e non la delegittimazione dell’avversario, che anzi merita applauso se superiore in una giocata. Abbiamo un’idea di calcio per la quale lo stadio è una grande cornice teatrale in cui non siamo soli: incrociare la passione altrui non può essere occasione di scontro o ostilità ma conoscenza di una diversità che può anche rafforzare la nostra identità senza ledere la sua. Abbiamo un’idea di calcio fatta di passione, colori, striscioni che sintetizzino la fantasia di un territorio e ne esprimano l’accoglienza, piuttosto che l’ostilità. Abbiamo un’idea: se pensate sia bello condividerla, fatevi avanti, giocate la vostra partita, fate la vostra parte, affinché le macchie sul pallone siano solo quelle dell’erba che ne accarezza le traiettorie o del sudore di chi insegue un sogno dando tutto, senza risparmiarsi.

@ Mario Agostino

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